La solitudine delle famiglie dopo la chiusura dei manicomi

comunità in evoluzione

Franco Marcomini – Riflessione 20 maggio 2026

I detrattori della riforma psichiatrica del 1978 affermarono, e continuano ad affermare, che dopo la chiusura dei manicomi le famiglie sono state lasciate sole. Cosa significa questa frase, suggestiva ma realistica?

La riforma metteva in discussione l’idea del contenimento della persona definita “folle”, una persona sintomatica, che abitava le relazioni dei suoi contesti di vita e, in primis, la relazione familiare. Al momento della sua approvazione, da alcuni decenni si andava già approfondendo il tema della relazione ecologica, che avrebbe poi trovato una sua declinazione clinica e terapeutica nell’elaborazione dell’approccio sistemico-relazionale.

Ricordo che il termine terapeuta deriva dal greco theràpon” e indica colui che si mette al servizio in una relazione di amicizia: non dunque colui che fa qualcosa a qualcun altro in virtù di una tecnica appresa, ma colui che si pone in una relazione di condivisione.

Quello che mi chiedo è: la nostra cultura favorisce davvero, nelle famiglie, l’aspirazione a una vita autenticamente condivisa e comunitaria? Oppure le famiglie sono spinte sempre più a vivere la sofferenza in forma privata, solitaria e individualizzata? Ma cosa significa “privatizzazione della propria sofferenza”? E cosa potrebbe significare, invece, “condivisione comunitaria della propria sofferenza” come antitesi alla privatizzazione? Quanta disponibilità c’è oggi nelle persone a condividere esperienze che a ben vedere hanno matrici culturali comuni? 

Certo, ogni situazione presenta delle proprie specificità perché ogni persona è diversa dall’altra e quindi è bene pensare a proposte di cura “personalizzate”. Allo stesso tempo però questa personalizzazione non dovrebbe mai costituirsi come una forma di identificazione specifica o trasformarsi in una lettura isolata e scissa dalla dinamica relazionale e contestuale all’interno della quale il disagio si manifesta.

Ma quasi sempre, un approccio rivolto alle famiglie, ogni tentativo di coinvolgerle, incontra delle resistenze. Lo ripeto spesso: le famiglie sono fatte di persone e le persone tendono a nascondere le proprie contraddizioni, a non metterle in luce. E non si rendono conto che è proprio attraverso la condivisione di quelle contraddizioni che può aprirsi un autentico processo di liberazione.

Ecco perché, se da una parte è vero che le famiglie sono state lasciate sole, dall’altro credo che vi sia stata anche, sul piano ideologico e politico, la tendenza invece a ricostituire nuove forme di isolamento e contenimento manicomiale. Abbiamo molti esempi di questo miraggio del manicomio che ritorna, fondati sull’idea che, proprio per non lasciare sole le famiglie, si debbano creare nuove forme di internamento e di esclusione sociale. Soluzioni paradossali, in cui le famiglie continuano comunque a essere lasciate sole.

Abbiamo bisogno di un investimento culturale, ancor prima che tecnico o professionale, che permetta alla sintomatologia che emerge all’interno delle relazioni familiari di essere condivisa e contemporaneamente di essere fonte, nella condivisione, di un apprendimento che metta in discussione radicalmente la cultura esistente. Un apprendimento costante rispetto a quel grande tema rappresentato dal riconoscerci parte non solo di una comunità ma di un intreccio relazionale ecologico che caratterizza la vita su questo pianeta fin dalla sua origine. Certo, ciascuno deve essere disposto a mettersi in discussione personalmente ma, allo stesso tempo, è necessario creare le condizioni perché questa messa in discussione avvenga insieme, in una dimensione comunitaria e condivisa.

Nascondere il disagio o le contraddizioni non serve a niente, ma sappiamo che potrebbero essere davvero espresse e condivise solo creando un contesto libero dal giudizio e dallo stigma. Perché, vedete, molto spesso nell’applicazione dell’approccio familiare si corre il rischio di identificare famiglie “patologiche” e di distinguerle da quelle “normali”. Ma quali sarebbero le famiglie normali? Quelle in cui i figli hanno successo, “ce l’hanno fatta”? Quelle in cui si immagina che le relazioni di coppia debbano rappresentare esempi perfetti di armonia e di idillio?

Questa distinzione tra famiglie normali e patologiche finisce per essere un altro modo di reintrodurre la stigmatizzazione, non più soltanto dell’individuo ma dell’intero nucleo familiare. Per riuscire davvero ad abbandonare questa prospettiva, però, dobbiamo anche rieducarci al superamento della logica della causalità lineare: l’idea secondo cui, se un figlio o una figlia si comporta in un certo modo, significa che qualcosa non ha funzionato nell’educazione ricevuta. A volte si attribuisce la responsabilità alla società, altre volte ai sistemi educativi ma molto spesso, quando si cercano le origini di traumi o sofferenze, si finisce per ricondurli esclusivamente alle relazioni precoci e familiari. Anche questo rischia di diventare una lettura riduttiva e semplificante della complessità dell’esperienza umana. Certo, quella sintomatologia ha a che fare con quella famiglia, ma la famiglia non ne è la causa. Se lo pensiamo, ricadiamo di nuovo nella logica lineare di causa-effetto.

Dovremmo invece provare a superare questa convinzione e incontrarci nell’emergenza di ciò che accade dentro una dinamica relazionale, rispetto alla quale ciascuno di noi dovrebbe dare la disponibilità non a nascondere, ma a far si che quell’emergenza diventi occasione di riflessione critica per cambiare la cultura esistente. So che non è facile, perché questo significa essere in controtendenza rispetto alla cultura e alle ideologie dominanti.

Ecco perché oggi abbiamo un bisogno estremo di un’educazione primaria alla “scuola descolarizzata”, che non si traduca semplicemente nell’acquisizione di un titolo o un diploma. Abbiamo bisogno di una formazione permanente, perseverante ed evolutiva, che sappia aprirsi a ciò che emerge, senza rincorrere continuamente cause presunte o spiegazioni esaustive. Nell’evoluzione e nella complessità del vivere emergono inevitabilmente delle novità, positive e negative, e di fronte a queste siamo chiamati a una condivisione che ci permetta di evolvere con grande senso di responsabilità. Che non significa colpevolizzazione. 

Significa piuttosto riconoscere di appartenere a una trama relazionale comune, dentro la quale non esistono identità fisse, “normali” o “patologiche”, ma persone continuamente in trasformazione, sistemi in costante evoluzione.