LA SALUTE MENTALE DI BAMBINI E GIOVANI

LA SALUTE MENTALE DI BAMBINI E GIOVANI NELLA REGIONE EUROPEA DELL’OMS
Un recente articolo comparso su The Lancet analizza l’acuirsi della crisi della salute mentale tra bambini e adolescenti nel contesto europeo dell’OMS, evidenziando come vari fattori globali e locali contribuiscano a questa problematica. Si sottolinea che molti disturbi psicologici iniziano in giovane età e sono spesso trattabili, ma la crescente domanda di servizi e le sfide sociali e ambientali ostacolano le risposte adeguate.
Uno dei principali fattori di stress è la pandemia di COVID-19, che ha provocato isolamento sociale, interruzioni scolastiche e aumento di sentimenti di ansia e depressione tra i giovani. Inoltre, le disuguaglianze socio-economiche aumentano il rischio di condizioni psichiche compromesse, con gruppi vulnerabili come i giovani LGBT+, migranti e con disabilità, più esposti a problemi come autolesionismo e suicidio.
L’uso eccessivo e problematico dei social media emerge come un altro elemento significativo, associato a cyberbullismo, disturbi dell’immagine corporea e disturbi del sonno, tutti fattori che incidono negativamente sulla salute mentale. Inoltre, la disparità di accesso ai servizi di salute mentale, aggravata dalla pandemia e dai diversi livelli di risorse tra i Paesi, costituisce un’altra criticità importante.
La salute mentale dei giovani rappresenta un’opportunità cruciale per migliorare la salute lungo tutto il ciclo di vita, ma richiede azioni urgenti e coordinate a livello regionale e globale.
Per far fronte all’aumento dei disturbi psicologici nei giovani, l’articolo ritiene che la prevenzione sia centrale: sia interventi universali per promuovere benessere, sia selettivi per sostenere i gruppi a rischio, che infine mirati per agire sui primi segnali di disagio. Essi vanno poi integrati con delle politiche sociali più ampie: migliorare l’accesso a servizi di qualità basati sulla comunità, potenziare programmi per la genitorialità, usare strumenti digitali regolamentati in maniera consapevole ed investire nella prima infanzia sono dei passi fondamentali nella promozione del “well-being and mental health”, benessere e salute mentale. Molti paesi, appartenenti alla regione europea dell’OMS, stanno cercando alternative all’assistenza istituzionale, ancora molto diffusa, poiché ci sono evidenze del fatto che la vita in istituto tendenzialmente peggiora gli esiti e aumenta i costi rispetto ai servizi familiari o comunitari. Anche le scuole svolgono un ruolo chiave grazie ai programmi socio-emotivi, alla formazione degli insegnanti ed anche allo screening delle esperienze avverse, sebbene esso richieda cautela per evitare che le persone che vi sono sottoposte siano soggette a discriminazione.
Anche povertà, condizioni abitative e disuguaglianze influenzano profondamente la salute mentale, rendendo necessario un approccio intersettoriale e interventi dedicati per gruppi marginalizzati. Inoltre, il sostegno familiare e comunitario, insieme a iniziative come la prescrizione sociale (ovvero un approccio sanitario che collega i bisogni sociali ed emotivi dei pazienti a risorse comunitarie, come attività culturali, artistiche, sportive o di volontariato), può ridurre solitudine e isolamento, mentre la ricerca sugli psicofarmaci pediatrici necessita di maggiori investimenti e linee guida chiare per garantirne la sicurezza nel lungo periodo.
In conclusione, l’articolo sottolinea come la prevenzione resta prioritaria ma con grandi differenze regionali: in alcuni Paesi prevale un modello centralizzato, in altri uno locale. Mancano spesso coordinamento multisettoriale e comunicazione efficace tra istituzioni. Molti programmi raccomandati non sono ancora implementati, per carenza di risorse o rigidità dei sistemi.
Viene riportata la testimonianza di una utente dei servizi che racconta l’esperienza vissuta come persona che ha sofferto di disturbi alimentari ed ha trascorso anni in reparti psichiatrici. Si evidenzia quanto un intervento precoce avrebbe potuto cambiare il decorso e come il periodo in reparto, aggravato dall’isolamento durante il COVID-19, abbia favorito comportamenti di autolesionismo. L’utente sottolinea che la vera ripresa è avvenuta grazie al supporto comunitario, non alla sola degenza, e ribadisce che l’assistenza dovrebbe spostarsi dagli istituti alla cura nel contesto di vita, per prevenire istituzionalizzazione e favorire una ripresa sostenibile.
È inoltre fondamentale la collaborazione tra Paesi per condividere soluzioni e innovazione.
(elaborato e traduzione a cura delle tirocinanti di psicologia Sara Corti, Matilde Domenichini, Viola Insalaco)
