LA TRAGEDIA DI CRANS-MONTANA: L’ALCOL E L’ELEFANTE NELLA STANZA

In relazione alla tragedia avvenuta a Crans-Montana, desideriamo richiamare l’attenzione su una preoccupante assenza nel dibattito pubblico: la questione del consumo di alcol come elemento fondamentale della sicurezza.

A fronte di dettagliate analisi e supposizioni relative alle norme di sicurezza del locale e sugli aspetti strutturali dell’evento, non si fa accenno in alcun modo al tema della vendita e della somministrazione di bevande alcoliche ai minori. Esistono documenti internazionali che da tempo riconoscono la necessità di proteggere i minori dall’esposizione all’alcol, a partire dalla Carta di Parigi del 1995, e leggi nazionali in linea con tale dovere. In Italia la Legge vieta la vendita e la somministrazione di bevande alcoliche ai minori di 18 anni. Anche in Svizzera vige il medesimo divieto, con la differenza che vendita e somministrazione di vino e birra sono consentite a partire dai 16 anni. Le difformità esistenti tra diversi Paesi dimostrano che le soglie legali altro non sono che il risultato di scelte politiche e negoziazioni tra istanze e interessi diversi e, come tali, non dovrebbero essere assunte a garanzia di tutela. Ciò che non è negoziabile è invece il dato scientifico: l’alcol non è fatto per i giovani

È noto e ampiamente documentato che l’alcol, soprattutto nei giovani (e fino ai 25 anni), aumenta la vulnerabilità: la minore tolleranza li porta ad avvertire prima e di più gli effetti; inoltre riduce la percezione del rischio, rallenta i riflessi, compromette le capacità cognitive ed emotive e, in situazioni di emergenza, non può che ostacolare le reazioni di paura, di fuga e di autoprotezione. Le regole sulla sicurezza degli spazi e quelle sull’alcol rispondono alla stessa logica di tutela delle persone, in particolare dei minori. Separarle o ignorarne una parte significa indebolire l’intero sistema di prevenzione e protezione.

Il consumo di alcol da parte dei minori è considerato un comportamento normale o, sarebbe meglio dire, normalizzato, da un mondo adulto (esperti compresi) che indugia sulla necessità di riconoscerne le importanti potenzialità di rischio per la salute e la sicurezza individuale e delle comunità e insiste nell’incentivarne il consumo per puro interesse privato o commerciale, continuando ad investire anche sul target giovanile.

I locali che ammettono l’ingresso ai minori non possono trasformarsi in luoghi di rischio a causa di pratiche orientate esclusivamente al profitto. Dobbiamo coltivare una cultura del rispetto della legalità che coinvolga esercenti, amministratori, cittadini e cittadine di tutte le età. Perché le politiche di regolamentazione non sono proibizionismo: sono una tutela necessaria delle persone, un dovere e una responsabilità della politica, delle istituzioni e degli adulti in generale.

La sicurezza deve spingersi oltre gli aspetti tecnici e legali per diventare un atto di cura. È necessario pretendere un’educazione alla salute strutturata e continuativa, che affronti tutti i rischi insiti in comportamenti normalizzati come il consumo di alcol e sveli le dinamiche e le contraddizioni culturali, politiche, sociali e narrative a sostegno di logiche di profitto, come azioni di tutela e promozione della salute individuale e globale.

Proteggere i minori dall’alcol non è una scelta facoltativa. È un dovere civile, istituzionale e comunitario.